Schmitt e i fiori della scrittura

Last Updated on 17 Febbraio 2005 by CB

La sera prima dell’intervista, al Festivaletteratura di Mantova, Eric-Emmanuel Schmitt aveva suonato il pianoforte per qualche ora, tra amici, divertendosi e divertendo. La situazione da creare per l’intervista sembrava dunque ideale: un luogo con un pianoforte, un teatro, ad esempio, o il Circolo cittadino. Ma nonostante la sua passione per il teatro, e per la musica, la scelta di Schmitt è stata più discreta: la parola innanzitutto, la necessità di concentrarsi sulle cose da dire, senza concessioni alla teatralità.

Ma nonostante la sua passione per il teatro, e per la musica, la scelta di Schmitt è stata più discreta: la parola innanzitutto, la necessità di concentrarsi sulle cose da dire, senza concessioni alla teatralità. Così lo scenario dell’intervista televisiva è neutro, uno scorcio della sua stanza d’albergo.

Una scelta corrispondente al suo stile: l’essenzialità, e la semplicità, tema che farà parte del dialogo. Schmitt dimostra più degli anni che ha, e anche questo lo spiegherà nell’intervista. E in certi momenti l’impressione è quella di parlare con un vecchio saggio che ha toccato il segreto della serenità. O con un ragazzo uscito dalla sua galleria di personaggi, per la curiosità e l’attenzione.

L’intervista di Luciano Minerva

A forza di viaggiare da Simone a Svastika e da Svastika a Milarepa, scordo i miei nomi, i miei documenti di appartenenza, perdo quel bagaglio di abitudini e riflessi che si chiama me, viaggio più leggero. Quanto le dà, come esperienza diretta, questo passaggio da un io all’altro io, che è poi tipico della letteratura, e quanto l’aiuta a viaggiare leggero nella sua realtà?
Credo che questo viaggio da me a me sia tipico della letteratura, come ha detto lei, ma è anche tipico del buddismo, vale a dire che le anime migrano e si spostano. Credo che effettivamente scrivo non per sbarazzarmi di me, ma per esplorare l’umanità. Ovviamente ho dei problemi con me stesso, come tutti, non mi piace tutto di me, ci sono cose che detesto, la maggioranza, del resto, cose che temo di me, come tutti gli uomini, ma ho sposato la scrittura fino in fondo per andare verso gli altri, ora verso l’altro sesso, ora verso età differenti, ma anche altre culture, altre civiltà, credo davvero di essere un vero nomade dell’umanità, è quello che cerco di essere nella mia scrittura.

Prima Milarepa, poi Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, sufismo, buddismo. Quanto i tempi che stiamo vivendo incidono su questa ricerca di raffinatezza e leggerezza dei fiori delle religioni e delle saggezze antiche?
Quando ho cominciato a scrivere questo testo sulla religione non era affatto alla moda parlare di religione, e mi è stato chiesto in Francia come mai avessi cominciato a parlare di questo. Poi l’attualità sfortunatamente ha recuperato questa scrittura poiché oggi la questione della religione è fondamentale, poiché alcuni uomini si servono della religione per mettere le bombe, per rapire degli esseri umani, prendere gli ostaggi, etc. Dunque, la questione religiosa oggi è spinosa e dolorosa.
Penso che lo Stato, il potere, ha modo di lottare contro il fanatismo e il terrorismo, con lo spionaggio, la polizia, eventualmente la guerra. Ma noi uomini, cittadini, individui, cosa possiamo fare? Abbiamo spesso un grande sentimento d’impotenza di fronte a tutto questo. Ma credo che possiamo fare qualcosa : conoscere. Credo che sia importante conoscere le religioni, non solamente la propria, quella che si è ereditata, o quella che si rifiuta, cioè quella in cui si è nati, ma le religioni, perché credo che oggi la cosa importante nel mondo è incontrare l’altro e comprendere la struttura invisibile che regge il comportamento dell’altro. Perché in fondo le religioni sono l’architettura invisibile del mondo, quella che comanda l’azione, le norme che fanno agire gli uomini, che regolano i loro sentimenti. Allora questo multiculturalismo, questa curiosità per le religioni mi sembra molto importante oggi per arrivare a vivere insieme. E’ vero, oggi si dice che il mondo è sempre più violento, sempre più aggressivo, ma cosa possiamo fare? Bene, la soluzione non è quella di non essere più religiosi, di diventare tutti atei, la soluzione non è nemmeno diventare tutti musulmani, o tutti cristiani, o tutti ebrei, la soluzione è imparare a vivere insieme, essendo musulmani, ebrei, atei, cristiani. Credo che la letteratura abbia un ruolo da giocare, cioè con i racconti o i romanzi si può prendere per mano un lettore e portarlo nelle montagne del Tibet, nell’undicesimo secolo prima di Cristo, per far comprendere quello che ha pensato il buddista, si può portare un bambino ebreo come Momo da Monsieur Ibrahim per condurlo nel cuore della religione musulmana, nella mistica sufista . L’interesse della letteratura, a mio avviso, è che il racconto si svolge unicamente nell’umano attraverso i personaggi, e ciò che conta è l’umanità. Allora se arrivo a percepire l’umanità in un essere che è musulmano, in un essere che è buddista, o ebreo, o cristiano, o in un ateo disperato, ecco che mi sono creato dei fratelli, mi sono creato una vicinanza col prossimo, e questo mi sembra il fine che sto cercando.

Non era più lo stesso muro uniforme contro cui andavo sempre a sbattere: attraverso una fessura una mano si tendeva verso di me. Quante mani sono pronte ad accoglierci e non vediamo le fessure?
Non so se ci sono molte fessure, non so se ci sono molte mani che si tendono attraverso le fessure, ma sono sicuro di una cosa: che non siamo disposti a vedere né le fessure né le mani, perché siamo in una logica di guerra, in una logica di identità chiusa. Pensiamo che la nostra personalità, la nostra identità sia costituita una volta per tutte., e l’altro ha un’identità altrettanto costituita e chiusa una volta per tutte, e noi ci serviamo della nostra identità come un muro. Tutto il mio lavoro con la scrittura è dimostrare che l’identità è fragile, è sempre storica, è sempre contingente, poteva non essere fatta, più scaviamo in questa fragilità, in questa vulnerabilità più ci rendiamo conto di essere vicino all’altro. Veramente penso che ci troviamo in un mondo dove tutti ci poniamo le stesse domande, abbiamo in comune le domande, e abbiamo tutti di diverso le risposte. E spesso, le risposte sono la nostra identità: io sono arabo, io sono ebreo, io sono musulmano, ecc. Ho voglia di risalire alla domanda principale, la domanda che ci rende uomini, la domanda ci rende fratelli, e scendere alla risposta, ma mostrando la fragilità costitutiva della risposta e che sarebbe potuta non essere. Quando si analizza il razzismo si dice: il razzismo è la paura della differenza. Bene, io penso che non sia affatto questo, penso che il razzismo non sia la paura della differenza, penso invece che sia la paura che la differenza sia nulla, che non esistano differenze. Il razzista ha paura di questo, ha paura che la differenza con l’altro non sia così grande. Allora l’antisemita non vuole che un ebreo si avvicini a lui. Egli ha un’identità molto forte e anche l’ebreo la possiede. Penso che al contrario per eliminare il razzismo bisogna dimostrare che la differenza non è molta, c’è, non bisogna negarla, ma non è rilevante. Deriva comunque dall’uomo, e tutti gli uomini sono uguali a quel livello.

Sia Oscar che Momo hanno invece grandi difficoltà nelle relazioni con la propria famiglia, ma trovano affinità e comprensione in qualche saggio di un’altra generazione, nella generazione dei nonni. Quanto nella realtà di oggi c’è una relazione tra generazioni diverse?
Tutti i bambini dei miei libri hanno dei genitori silenziosi, dei genitori che non trasmettono, dei genitori che non danno. Sono dei genitori che hanno dato la vita, dei genitori carnali ma non di spirito, che non trasmettono dei valori, un modo di vivere.
Dunque questi bambini soffrono di solitudine e di vuoto in rapporto ai loro genitori.
Non racconto qualcosa di autobiografico, perché ho dei genitori magnifici che mi hanno dato tanto, ma racconto qualcosa in relazione alla nostra società e alla nostra epoca. Credo che la sofferenza nella nostra società stia nella mancanza di trasmissione dei valori. La gente ha difficoltà a trasmettere valori, a rispondere alle domande. Quando i bambini fanno delle domande, preferiamo non rispondere; a volte non abbiamo una risposta, a volte abbiamo una risposta ma abbiamo dei dubbi e non rispondiamo. Questo accade perché siamo in una società del dubbio, il che va bene, ma si dovrebbe sia poter trasmettere la risposta sia dire: ho dei dubbi sulla risposta.
E dunque i bambini dei miei romanzi incontrano persone di un’altra generazione che hanno fatto un cammino sufficiente per credere alle proprie risposte, perché per tutta la vita hanno messo alla prova ciò in cui credevano. La Dama Rosa in Oscar è cristiana, e la sua religione l’aiuta a vivere, ma l’aiuta anche ad affrontare la sua malattia e la morte; grazie alla religione aiuta i suoi bambini ad affrontare la malattia e la morte. Monsieur Ibrahim vive con il suo Corano o piuttosto con i fiori che ha messo nel suo Corano, perché lo interpreta liberamente e con il Corano aiuta Momo a vivere. Ma quegli esseri sono eccentrici, sono persone a parte, perché osano dire qualcosa, perché credo che oggi nessuno dica niente, è questo il problema. E loro hanno il coraggio di dire qualcosa perché hanno l’età che li libera, che permette loro di dire: ecco la mia risposta, puoi prenderla o meno ma io sono la mia risposta. Per fare questo ci vuole coraggio, ma la generazione intermedia non osa abbastanza, perché vive in piena epoca del dubbio.

Se si vuole imparare qualcosa non si legge un libro si parla con qualcuno. Io non credo nei libri. E’ una frase di Monsieur Ibrahim. E’ una messa in guardia dal come prendere i libri, compresi i suoi?
Sì. Significa che la mia vita è stata formata dai libri, ma allo stesso tempo dei libri non mi fido. E soprattutto, quando consideriamo il rapporto delle persone religiose con i libri, ci rendiamo conto che può essere meraviglioso o orribile. Questo vuol dire che i libri non esistono per sé stessi, ma per la lettura che gli si dà. Lo stesso libro può essere il seme da cui nasce l’amore o quello da cui scaturisce l’odio: per esempio il Corano, di cui c’è chi si serve per fare la guerra o commettere azioni ingiustificabili, e chi per vivere meravigliosamente il quotidiano, con saggezza e profondità. Dunque il mio è un appello a non fidarsi dell’interpretazione letterale dei libri, a rendersi conto che un libro ci lascia sempre liberi di interpretarlo in un senso o nell’altro. E’ per questo che Monsieur Ibrahim si chiama Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano: perché durante tutta la sua vita lui dice a Momo: so quello che dice il mio Corano. E quando muore, Momo recupera il suo Corano, lo apre, e cosa ci trova? Dei fiori che si sono seccati: questi fiori li aveva messi Monsieur Ibrahim, e si sono seccati perché sono stati nel Corano per tutta la sua vita. Attraverso quest’immagine volevo dire che il Corano per Monsieur Ibrahim è sì il libro, ma è anche chi l’ha fatto ed è anche la sua lettura, e il cuore che ci mette. E’ questa la cosa importante, la lettura che vivifica e che prende ciò che di bello c’è in un testo e non quella che interpreta o deforma.

In una sua commedia lei mette in scena un’intervista tra un premio Nobel e un falso giornalista. Lo scrittore lamenta che nei libri si cerchi sempre un rapporto stretto fra ciò che l’autore vive e ciò che l’autore scrive. Poi però il resto della commedia smentisce lo stesso scrittore. Adesso sono costretto a fare un po’ la parte di quell’intervistatore, sperando che non prenda la pistola come fa il protagonista della sua commedia, e chiederle che rapporto c’è tra ciò che scrive e la sua vita.
E’ un argomento troppo complesso per me, perché sono solo dentro e non sono al di fuori. Cioè: i miei libri sono ispirati alla mia vita ma allo stesso tempo non lo sono perché sono delle finestre aperte sul mondo, sono indirizzati agli altri. Le persone che mi conoscono bene si rendono conto fino a che punto i miei libri, soprattutto il mio teatro, sono autobiografici, ma io non me ne rendo conto. E’ soprattutto quando il libro è finito che mi rendo conto che ci ho messo la mia vita, la mia carne, il mio sangue, ma questo avviene in modo incosciente perché ho scelto di comunicare con gli altri attraverso delle storie, attraverso la finzione. La mia verità è la mia menzogna, ho deciso di dirvi la mia verità attraverso delle menzogne, come un attore, sotto una maschera, attraverso un personaggio. Perché la maschera va bene, perché ad esempio, se lei mi chiede se io nella mia vita soffro per questo o per quel motivo, io le direi sempre : no, no, sto bene, va tutto bene. E nella scrittura, dal momento che ho una maschera, posso gridare, posso piangere, posso dire delle cose dure, ciniche, crudeli, e poi a volte cose più dolci di quelle che direi nella vita, perché la maschera mi protegge. E’ la stessa cosa per il lettore: il lettore è protetto dalla maschera della lettura e dunque rientra dentro.

Ibrahim, Oscar e la Dama in rosa, L’hotel des demones che sta scrivendo. In tutti questi libri c’è come una ricerca dell’accettazione della malattia e della morte. Come riesce su questo tema a raggiungere una scrittura così leggera?
Prima di tutto il mio legame a questi temi credo sia dovuto alla mia generazione. Sono nato nel 1960. Avevo vent’anni nell’80, oggi quando guardo le foto dell’università sono piene di ragazze e ragazzi che sono morti a causa dell’AIDS. Da quando avevo trent’anni sono stato spesso negli ospedali per accompagnare dei giovani che si avviavano verso la morte. Penso che questo mi abbia fatto guadagnare degli anni, cioè credo per questo di ragionare come una persona più grande, ma questo non mi ha reso triste, mi ha fatto innamorare della vita, mi ha fatto diventare, come dire, immortale nei confronti della vita, perché ogni giorno è un regalo in più. Poiché loro se ne sono andati, ogni giorno è un regalo. Ho voluto scrivere questo più volte. In Oscar e la Dama in rosa, Oscar è malato, ha un cancro, ma questo cancro è la metafora di tutte le malattie mortali, una malattia è interessante nella letteratura nella misura in cui essa è una metafora, e Oscar è malato e non guarirà, e allora dovrà affrontare i suoi ultimi momenti e troverà la forza di affrontare i suoi ultimi momenti, perché si vuole rendere conto che non sa niente della morte, niente. Non sa cosa sia, nessuno sa cos’è, la morte è un mistero.
Che cos’è la morte? si chiede spesso la gente, e io rispondo che la cosa peggiore che può capitare a una domanda come questa è avere una risposta. Non si sa cos’è la morte, tanto meglio. Ma non è giusto fermarsi alle teorie sulla morte e dire: la morte è il nulla, o la morte è una sopravvivenza, la morte è la metempsicosi, oppure la morte è l’inferno, il purgatorio, il paradiso e così via: non si sa. Dunque non fermiamoci alle teorie e poniamoci di fronte al mistero, e una volta di fronte al mistero della morte, ci rendiamo conto che è impressionante quanto il mistero della vita, è lo stesso. Alla mia età penso che l’angoscia possa scomparire, perché ci troviamo davanti a qualcosa che è più grande di noi, dunque lasciamoci trascinare da questo mistero che va al di là di noi e non rendiamo più drammatica la situazione con idee false che noi stessi abbiamo costruito sull’ignoto. Dunque io cerco di vedere al di là della morte, nella mia vita, certamente, ma anche nei miei libri, con Oscar, e anche in L’Hotel des demones, dove i personaggi sono in coma, e sono pronti ad affrontare sia la rianimazione sia la morte. Penso che più ci si sente mortali, meglio si vive. La vita vera non è nell’oblio della mortalità, ma nella coscienza profonda della fragilità, della vulnerabilità. Credo anche che il pensiero della morte faccia bene non solo a noi individualmente, ma anche nelle relazioni interpersonali. Quando guardo qualcuno che un giorno morirà, e sono commosso, non ho voglia di arrabbiarmi, non provo collera, questo mi scarica tutta l’aggressività, perché mi rendo conto che ciò che condivido con l’altro, ciò che tutti e due condividiamo è questo, questa fragilità, questa precarietà. Ed è questo che ci rende uomini.

In questa fragilità e vulnerabilità c’è un’invenzione letteraria, quella di Oscar che scrive a Dio. Quanto bisogno c’è di scrivere a Dio e quanti modi ci sono per farlo?
Oscar scrive a Dio senza crederci, egli non crede in Dio, non crede in Babbo Natale, non crede a niente di soprannaturale. Scrive a Dio per fare piacere alla Dama in rosa, e malgrado tutto questo gli fa bene, perché quando scrive a Dio egli mette in ordine la sua giornata, distingue ciò che è importante da ciò che non lo è, distingue l’essenziale dall’accidentale, si concentra su ciò per cui vale la pena, e dunque questo gli fa bene, questa specie di riassunto della sua esistenza che scrive ogni giorno a Dio.
E poi la Dama in rosa gli dice una cosa sorprendente: Sai, a forza di pensare a lui forse lo farai esistere. Cioè, fai un po’ di posto. Che significa? Significa: fai un po’ di posto per altre cose oltre a te, perché ciascuno occupa molto posto da solo, dunque pensare a Dio significa pensare ad altro oltre che a se stessi, e questo è già un bene, e poi è anche un modo di concentrasi sui valori essenziali dell’esistenza. Grazie a questo dialogo con Dio, anche se all’inizio c’è solo lui che parla, Oscar si concentrerà sulla sua relazione amorosa con la piccola Peggy , con i sui genitori con i quali è in lite, e progressivamente riuscirà ad esprimere i suoi sentimenti, a disfare i nodi che gli impedivano di vivere. E quindi questa relazione per un istante a senso unico gli fa del bene.
Alla fine del libro c’è una risposta, cioè Oscar ha l’impressione che Dio lo venga a trovare un mattino. Mi ha molto divertito scrivere questo perché io ho avuto un’esperienza mistica, ma ero più vecchio, quando ero nel deserto, ma allo stesso tempo credo che nell’infanzia ci siano dei momenti come questo che sono delle piccole esperienze mistiche, la sensazione che il mondo arrivi, che abbia una forza, una logica, e che siamo proprio i testimoni di questa logica, e siamo presi da questo mistero enorme, che si svolge e si manifesta malgrado noi stessi. Allora, Oscar prova questa sensazione, e questo gli fa molto bene, il fatto di passare oltre. Perché credo che una delle grandi fonti di angoscia è credersi molto importanti. E quando qualcuno si sente molto importante, e immenso, e scopre che esiste qualcosa di più importante e immenso di se stesso, e che siamo tutti piccoli al centro di questo mondo immenso, questo sentimento di essere minuscoli in un mondo infinito è qualcosa che dona un bene enorme.
Non si saprà mai se è Dio che è venuto quella mattina da Oscar, e Oscar stesso non lo saprà mai, ma tutte queste meditazioni sull’infinito, su ciò che va oltre la capacità umana di comprensione, gli fanno del bene, gli danno l’umiltà, la semplicità, lo ricentrano sull’essenziale.
Anche se non si crede, il pensiero di Dio fa bene.

Ha parlato di essenziale, di semplice. Da dove le viene questa scelta di fare tutti i suoi lavori i suoi libri in modo così semplice ed essenziale?
R: Innanzitutto è un grande lavoro, perché per andare verso la semplicità occorre davvero un molto tempo. Bisogna riflettere molto per distinguere l’essenziale dal resto, e questo è tutta la mia vita. Il dire con leggerezza è il rispetto dell’altro. Io presento sempre delle situazioni estremamente drammatiche: Oscar sta per morire, Momo è un ragazzo difficile, le mie situazioni sono sempre molto drammatiche, e nessuno dei miei eroi si lascia sconfiggere, uccidere dalle situazioni che vive. Si risolleva sempre e vive queste realtà fino alla fine. Questa è una teoria della felicità: la felicità non è la negazione della sofferenza, non è l’assenza di sofferenza, la felicità non significa stare chiusi nel proprio giardino protetto da mura. La felicità è l’accettazione di tutte queste vite che entrano, di tutte queste forze. La felicità in una coppia è anche la violenza che c’è in una coppia, sono le discussioni. In quel momento non si è felici, ma ciò che crea la felicità è l’accettazione di tutto questo. Ecco, ho una concezione della felicità come una porta aperta, e non come una porta chiusa. Credo che la nostra epoca abbia una tendenza ad anestetizzare la vita. Quando abbiamo una sofferenza troppo forte prendiamo delle medicine per non sentirla troppo, quando abbiamo un’emozione ci facciamo fare un’iniezione per non avere quest’emozione, se abbiamo un dispiacere d’amore prendiamo degli antidepressivi. Certamente a volte bisogna farlo, ma non si può sempre fuggire da tutte le emozioni negative e dai sentimenti negativi che abbiamo. Dunque, la felicità secondo me è fatta di porte che si aprono e non che si chiudono.

Biografia
Eric-Emmanuel Schmitt è nato a St. Foy Les Lyon nel 1960; figlio di due sportivi, ha preferito da subito gli studi letterari e si è diplomato al Conservatorio di Lione. Laureato all’Ecole Normale Supérieure d’Ulm a Parigi, ed aggregato di Filosofia nel 1983, appassionato di letteratura e di musica, Schmitt divideva il suo tempo fra i suoi corsi di filosofia e numerose letture. È dopo un viaggio nel deserto di Hoggar, dove l’autore racconta di aver vissuto un’esperienza unica, che decide di mettersi a scrivere. Nel 1991, il suo primo lavoro, La Nuit des Valognes, incontra un successo immediato. Schmitt s’impone come autore di successo nel 1993 con Le Visiteur, incontro improbabile fra Freud e Dio. Questa opera ottiene tre Molières nel 1994. Da allora ha scritto otto opere, tutte di grande successo, come Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano e Piccoli crimini coniugali. La maggior parte delle opere sono tradotte all’estero e l’autore ha una fama internazionale. Molti suoi libri sono poi stati oggetto di trasposizioni cinematografiche. Jean-Paul Belmondo, Alain Delon, Omar Sharif, tra gli altri, hanno accettato con piacere di recitare nei ruoli dei suoi personaggi. Sono del 1997 un ritratto di Diderot e i romanzi La Secte des Egoistes e L’Evangile selon Pilate. Schmitt ha anche tradotto delle opere liriche. Premiato dall’Académie Française nel luglio 2001 con il Grand Prix du théâtre per l’insieme del suo lavoro, Schmitt è l’autore di teatro contemporaneo più rappresentato del momento. Per le edizioni e/o sono in preparazione i romanzi Milarepa, La part de l’autre e Lorsque j’étais une oeuvre d’art.

Bibliografia Sintetica
Variazioni enigmatiche – Il libertino, Costa & Nolan, 1998
Il vangelo secondo Pilato, San Paolo Edizioni, 2002
Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, e/o, 2003
Piccoli crimini coniugali, e/o, 2004
Oscar e la dama in rosa, Rizzoli, 2004
Milarepa, e/o, 2004, in libreria a settembre.

Rispondi

Ivy Compton-Burnett

Ivy Compton-Burnett

Archives

Translate

Stats

  • 2.052