Proust a Venezia

L’immagine di Marcel Proust meditabondo a Venezia, meta a lungo desiderata – e plasmata e ricreata con l’immaginazione, sotto l’influenza estetica di John Ruskin. La foto scattata nel 1900, che sembra condividere con la città la stessa consistenza  del sogno, nel 2013 è stata battuta all’asta per 17.500 euro; dieci volte la stima.

Si può pensare, allora, al valore inestimabile delle pietre veneziane nella cattedrale della Ricerca del tempo perduto, di cui la città sull’acqua racchiude gli enigmi più profondi; l’esperienza del passo sulle lastre sconnesse del Battistero di San Marco (che ritroverà, déjà vu in cui la memoria è arricchita di consapevolezza, sull’acciottolato sconnesso davanti a un palazzo parigino), le continue mise en abyme tra l’Arte – che rende davvero possibile il viaggio interiore – e la sua vita sentimentale, e la conoscenza del Tempo.

Ma l’amore per Albertine e per Venezia sono antagonisti. Solo dopo la morte di Albertine – reclusa dal Narratore per gelosia – il viaggio si farà, insieme alla madre. Non potevo neanche andare a Venezia dove, quando mi fossi coricato, sarei stato troppo torturato dal timore delle proposte che avrebbe potuto farle il gondoliere, il personale dell’albergo, le veneziane. Finalmente Proust raggiunge Venezia nel maggio del 1900, e Ruskin sarà la loro guida, come la colonna di fuoco che precedeva la marcia degli Ebrei. Questa e altre fotografie dell’universo proustiano (come la foto insieme all’amato Lucien Daudet, che nella posa lo contempla teneramente dall’alto), con lettere, autografi e cimeli, sono state messe in vendita anni fa dalla bisnipote Patricia Mante-Proust. Emozionanti, in particolare, le due lettere che Marcel scrisse al padre restio a vedere nella letteratura un mestiere. Nella famosa lettera del 1893 il giovane Marcel diceva di essere impegnato seriamente a preparare il concorso diplomatico, anche se qualsiasi altra cosa all’infuori delle lettere e della filosofia è tempo perso.

Colazione in campagna con Proust – (da “Album Proust” – Mondadori)

Tra i  fotografi più originali e memorabili del Novecento, Brassaï è stato anche giornalista, scultore e scrittore. Amava la letteratura e la lingua francese più di ogni altra. Arrivato a Parigi nel 1924 , Brassaï iniziò da autodidatta leggendo Proust; catturato dalla sensualità e dalle strategie visive della sua scrittura, ben presto si convinse di aver scoperto uno spirito affine.  Scrisse:  «Nella sua battaglia contro il tempo – nemico della nostra esistenza precaria, sempre all’offensiva anche se mai apertamente così – era nella fotografia – nata anche dal desiderio secolare di fermare il momento, di strapparlo dal flusso della durata, e fissarlo per sempre in una parvenza di eternità – che Proust trovava il suo migliore alleato». Nella sua scrittura Brassaï citava Proust, e dai libri annotati nella sua biblioteca sappiamo che trascorse tutta la vita a studiare e sezionare la prosa di Proust , spesso riga per riga. Grazie alla sua esperienza di fotografo e autore Brassaï scopre un aspetto trascurato di Proust, offre uno studio affascinante del ruolo della fotografia sia nella sua opera che nella cultura all’inizio del Ventesimo secolo. Nel saggio Proust sous l’emprise de la photographie, Brassaï racconta quanto fosse interessato a possedere i ritratti dei suoi conoscenti. E il processo con cui lo scrittore ricorda e scrive è affine al modo in cui le fotografie si imprimono, rivelando le immagini della vita. 

Ivy Compton-Burnett

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