Le parole di Suzanne

Last Updated on 10 Febbraio 2005 by CB

Un cofanetto che rende giustizia all’arte di Suzanne Vega, cantante ma anche poetessa: Giri di parole contiene un libro con dei suoi scritti e un dvd con un suo concerto. Era diventata celebre negli anni ’80 con i singoli Left of Center, Luka e (la più volte remixata) Tom’s Diner, con un folk classico, stile Village, alla Dylan, Baez, Cohen, fatto di ritratti e descrizioni in punta di penna anche quando i temi erano difficili.

Non ha mai cavalcato, da allora ad oggi, l’onda del successo, forse anche per timidezza. «Il mio rapporto con il palco è quello di un paracadutista che ha paura dell’altezza». Affronta i propri demoni cantando davanti al pubblico, fa training in sala trucco, prima dei riflettori, e mentre si ritocca cerca di entrare in altri personaggi, per piacere di più, come quando ci si prepara per la persona amata. «Andare sul palco vuol dire inventarsi di continuo, come posso ridisegnarmi oggi per questo pubblico?».

Si doveva essere truccata bene la sera del concerto all’Auditorium di Roma Parco della Musica perché l’unplugged e reading, che il dvd ci restituisce in esclusiva mondiale, vale l’acquisto. Chitarra acustica a tracolla e un bassista ad arricchire i suoni, attacca con Marlene on the Wall, alterna canzoni con sue poesie ripetute poi in italiano dal suo traduttore Valerio Piccolo, che la accompagna sempre nei concerti italiani facendole da interprete. Legge Come scrivere una poesia, Primavera italiana, Antieroe e A Liverpool. Tra le canzoni, oltre ai già citati singoli di successo, esegue una Small Blue Thing da antologia. Tra i contenuti speciali l’intervista radiofonica rilasciata nel luglio 2004 a RadioTre, una chiacchierata con Piccolo realizzata in occasione del concerto e sequenze del dietro le quinte dello spettacolo.

Poi c’è il libro con una chicca: la lunga conversazione con Leonard Cohen, Lo spettacolo è quello che non faccio sul palco, in cui emerge l’attitudine lo-fi, umile, nella vita e nella musica, della cantante. Il libro è, come spiega Suzanne Vega nell’introduzione, «una raccolta di scritti diversi fra loro, riuniti qui per la prima volta, e che sono stati composti in tempi, luoghi e circostanze piuttosto differenti». Ma non sembra. A scorrere anche i suoi diari «su e giù dal palco» ritroviamo un’unità d’intenti e sempre risentiamo la stessa voce chiara e personale, che mentre legge o canta, continua a fuggire da questa società dell’apparenza. (Francesco Gatti)

da Giri di parole (minimum fax, Roma 2004, Libro + dvd 22 euro)
«In una poesia hai la lingua, il ritmo e le rime, così come in una canzone. Ma non devi per forza avere una melodia. Una canzone, invece, nasce per essere cantata. E poi c’è un’altra cosa da considerare. A volte una poesia si realizza nella lettura. Le parole sono lì, sulla pagina, e non hanno bisogno di staccarsi da quella pagina, di essere pronunciate. Ci sono poesie che hanno parole molto belle, parole che sono perfette finché restano sulla pagina, ma quando poi le leggi ad alta voce tutto sembra un po’ strano, o magari troppo intellettuale, troppo complicato. Secondo me le migliori canzoni sono quelle che non hanno lunghe espressioni o grandi concetti. La canzone è per sua natura semplice. Quando dico questo non penso certo a Bob Dylan e alle sue canzoni complicatissime. Che poi in realtà sono un mix di poesia e canzone. Comunque direi che la lettura è un buon test per una poesia».

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Ivy Compton-Burnett

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