Il talento di Miss Highsmith

Last Updated on 23 Aprile 2021 by CB

Lo sguardo di Patricia Highsmith si presta così bene al cinema che ha ispirato almeno venti adattamenti per film e tv, di alterna qualità. Ha colpito perfino Hitchcock;  ma Sconosciuti in treno a lei non piacque molto, perché non troppo scioccante rispetto all’originale. E verso la fine della sua vita Highsmith negò di avere avuto una conversazione con il regista. Eppure da quel film del 1951 lei fu catapultata al successo. Un esempio riuscito e gradevole nei manierismi dell’epoca è Carol di Todd Haynes, tratto dallo ‘scandaloso’ The Price of Salt, pubblicato inizialmente sotto pseudonimo, che racconta un amore tra due donne. Con insolito (per le letteratura lesbica e per la narrativa della Highsmith) happy end. Poi c’è Ripley, che sembra nato per finire nel cinema; ma il Talento di Mr. Ripley non è così riuscito, ed è un peccato perché pur con con un cast notevole non va quasi mai aldilà della superficie e di facili estetismi.

Ma cosa c’è di così cinematografico nelle storie di Patricia Highsmith? Lei stessa , per cominciare. E forse non stupirà chi conosce i suoi gialli, scoprire dalla premiata biografia di Andrew Wilson che Higsmith assomiglia molto ai personaggi che ritrae. (Per inciso, quest’anno è uscita la meno interessante biografia Devils, Lusts and Strange Desires.) Accade con gli scrittori di trovare delle sovrapposizioni evidenti tra il loro vissuto e l’opera; ma in questo caso, come dire, si raccontano gli indizi e le prove presenti nella vita della scrittrice.  Per prima cosa, la sua formazione e le curiosità da giovane. Il daimon della scrittrice si fa sentire presto. Fin da bambina ha una fascinazione per ciò che era psicologicamente ‘anormale’ destinata a durare per il resto della vita. Mentre le sue coetanee leggevano le favole, la Highsmith si perdeva nella lettura di The Human Mind del dottor Karl Menninger, un resoconto dettagliato di comportamenti cosiddetti ‘devianti’ come la cleptomania , la piromania e la schizofrenia. Arriva al punto di idealizzarla, quasi, la follia, considerare scandalosamente disgustosa l’espressione a essere normali, concetto per lei pericolosamente vicino a quello di ‘mediocri’. Di sicuro, chiunque riesce a raggiungere un obiettivo è, a priori, anormale.

Ma anche nelle sue storie vissute, c’è poco di happy. L’instabilità sentimentale caratterizza la sua vita. Negli anni la scrittrice si convinse che questo periodo, e quello che considerava il tradimento della madre nei suoi confronti, aveva influito profondamente sulle sue relazioni. ‘ Respingo qualsiasi elemento di stabilità’ scrisse all’amico Alex Szogyi ‘e questo mi succede in continuazione: anzi, sono io a provocare tutto ciò. Naturalmente tendo a ripetere il rifiuto di mia madre verso di me: mi ‘abbandonò’ , lasciandomi a mia nonna, quando avevo dodici anni, dopo avermi riportata in Texas con la promessa che avrebbe divorziato dal mio patrigno… Non mi sono mai ripresa. Così cerco delle donne che mi feriranno in maniera simile ed evito quelle che sono… Brave persone’. La separazione dalla madre durò solo un anno, ma ormai il danno era fatto.

Il mio gioco d’azzardo, il mio vizio, la mia lusinga, il mio male è una donna che non è del tutto sincera (…), annotò nel taccuino. Succede lo stesso quando scrivo, sono attratta dal male. Non che io possa minimamente considerarmi il lato ‘buono’ della situazione. Altrove si definisce una ‘masochista inconscia’ e con gli anni sempre più misantropa. La morale è: stai da sola. Ogni idea di un rapporto intimo dovrebbe essere immaginaria, come uno dei racconti che sto scrivendo. In questo modo non si fa male nessuno, né io né l’altra persona. In se stessa come negli altri, ama dissezionare-descrivere l’identità nelle sue sfaccettature. Non a caso tra gli scrittori predilige Dostoevskij. Significativamente ambidestra, la Highsmith era dimidiata, come la sua narrativa: io e spettro, la sua identità era un flusso mutevole. ‘Dostoevskij è criticato per l’ambiguità, l’illogicità, le contraddizioni presenti nelle sue opere; peggio ancora, per le ambiguità della sua filosofia, scrisse nel 1947. ‘Ma il due è onnipresente. Forse questo numero meraviglioso, magico, creativo, pubblico e privato, è il segreto dell’universo. Si possono amare due persone, dentro ognuno di noi sono ambedue i sessi, sentimenti opposti coesistono fianco a fianco. Così è come anch’io vedo il mondo’. E leggendo i suoi romanzi, le gesta dell’adorabile psicopatico Ripley, protagonista di cinque storie,  e anche molti suoi racconti brutali, è evidente che il mondo lo vede proprio così. Ripley, l’amorale che la fa franca.  Lei empatizza molto con il suo personaggio (un capitolo di questa biografia s’intitola Pat H., alias Ripley). D’altra parte Wilson sottolinea: Aveva sperimentato sulla propria pelle molte delle caratteristiche di Ripley: identità divisa, insicurezza, senso di inferiorità, ossessione per un oggetto di adorazione e la violenza che scaturisce dalla repressione. Come il suo giovane antieroe, sapeva che per sopravvivere era necessario appoggiarsi a una fantasia psicologica di propria invenzione. ‘La felicità, per me, è una questione di immaginazione’ annotò nel taccuino mentre scriveva Il talento di mister Ripley. La felicità dei lettori della Highsmith, è sentire che niente di quello che è umano le appare alieno.

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Ivy Compton-Burnett

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