H.P. l’ultimo autista di Lady Diana

Last Updated on 18 Dicembre 2004 by CB

copTanto per cominciare l’ultimo autista di Lady Diana non era l’autista di Lady Diana, ma il capo dei servizi di sicurezza dell’hotel Ritz. E poi Henry Paul non era un alcolizzato. E aveva un brevetto di pilota, e una ex fidanzata di nome Laurence, e quel giorno aveva giocato a tennis, e sapeva suonare il pianoforte… L’autore sonda con empatia ogni dettaglio della vita dell’uomo che fu il capro espiatorio della morte/spettacolo della principessa e del suo ricco amante.

Ai dettagli della vita di Henry Paul, si intrecciano quelli dello scrittore che, per un misto di simpatia e compassione, ha scelto di farlo uscire dall’anonimato, che anche il suo apparente doppio nome sembra sottolineare. Parla dei suoi amori, delle malinconie, passeggia per Parigi come nella memoria, riscopre istantanee della sua esistenza e frasi e pensieri di filosofi, scrittori, artisti che lo hanno contagiato. L’autore si vive a sua volta da un punto di vista ‘postumo’, come se volesse leggere (anche) la sua biografia per svelarne l’hillmanniano daimon, il carattere e il destino che la determinano.

Il risultato è un progressivo disvelamento di entrambi, che intanto scopre il divenire della scrittura letteraria, dove l’io narrante fatalmente si riverbera nell’oggetto del suo sguardo.

auPer la stampa e le autorità ansiose di chiudere il caso, dopo l’incidente che portò la Mercedes a schiantarsi sotto il tunnel de l’Alma a Parigi, «il colpevole, come una volta il maggiordomo, è l’autista». Imbottito, a sentir loro, di alcol e droghe. Ma la semplicità non è di questo mondo, e lo scrittore s’improvvisa investigatore, parla con gli amici e i genitori di Henry, visita la sua casa, passeggia nelle vie parigine e entra nei bar frequentati da lui, incontra le persone che hanno fatto parte della vita di un uomo che non può più difendersi dalla menzogna che gli è stata disegnata addosso.

Efficace la descrizione del potere pervasivo di una ‘verità’ mediatica ripetuta centinaia di volte, che, a prescindere dall’essere più o meno vicina al vero, infligge una morte per così dire post-mortem della persona, della sua memoria, delle sue reali intenzioni. Schegge di realtà prive di senso ma mandate in onda in modo ossessivo. Come le immagini di Henry Paul che entra e esce dalla porta girevole del Ritz. «La porta girevole: metafora dei media, delle loro notizie, che valorizzano solo ciò che è già valorizzato da altri media, altre notizie. Porte e notizie che girano a vuoto».

Il libro dipana il filo ‘giallo’ delle ipotesi fatte all’indomani dell’incidente e degli sviluppi che arrivano fino all’oggi: Londra ha appena riaperto una nuova inchiesta, e inoltre è stato accolto l’appello dei famigliari di aprire una causa per errori nella perizia che riscontrò nel sangue di Henry Paul la presenza di farmaci e alcol in dosi massicce. E anche di monossido di carbonio, che secondo i periti sarebbe stato inalato a causa della rottura dell’air bag, ma questa ipotesi è smentita sia dall’industria Mercedes, sia dal fatto che Henry Paul è morto senza avere il tempo di respirare. Insomma, il sangue esaminato potrebbe non essere il suo.

Nel leggere questa vita a rovescio, dalla fine, c’è qualcosa di elegiaco, una «spaventosa normalità». Dove anche un dettaglio può assumere un valore profetico, o di sinistra ironia, come la pubblicità appesa nello studio di casa di Henry Paul, dove si legge Mefiez-vous de la presse! (non fidatevi della stampa). Una ‘epica elegiaca’ che incontriamo altrove, per esempio quando si parla dell’artista Christian Boltanski (o anche, delle foto degli annunci mortuari dei giornali di provincia).

Ma c’è anche la ricerca del nucleo vero di un’esistenza. «In pubblico, ci mostriamo solo nell’atto di comprare o di mangiare. Non si sa nulla della nostra vera vita, pensieri, amori, dolori, gioie, ansie – di quella famosa vita privata di cui avevano parlato i giornali. Privata di cosa?» E’ Laurence, la donna amata, che gli rivela una parte fondamentale della sua ‘vera vita’. Perché «gli amori sono sorprendenti, e rivelano quello che gli amici non colgono. Dicono la natura profonda delle nostre sublimazioni, le nostre intime utopie travestite da dediche: sostituire una destinataria al destino».

Sebaste racconta divagando, con una densa leggerezza che a tratti ricorda certe pagine di Roland Barthes, e si sofferma ora sui passages parigini descritti da Benjamin, ora su Max Frisch che teorizza l’alcolismo essere ‘malattia professionale degli scrittori’, ora su Nina Berberova, ora su Althusser…

Alla fine vedendo la sua biblioteca scopre di avere gusti simili. Anche Henry Paul come lui amava le biografie. «Il confondersi di saggio e racconto, il racconto della realtà. Non ho cercato di fare questo con lui?»

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Ivy Compton-Burnett

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