Il paese delle meraviglie

Last Updated on 4 Maggio 2004 by CB

Di meraviglioso c’è davvero poco nel romanzo che racconta la storia di un’amicizia tra due ragazzi di quattordici anni, nell’anno ‘di piombo’ 1977, in un paese della provincia di Torino. C’è molta malinconia, invece, che avvolge i fatti e le atmosfere fino a precipitare nella tragedia delle ultime pagine. E c’è, invero, quell’autentica meraviglia che è la capacità di Culicchia di piegare il linguaggio a misura di ogni personaggio, tanto da renderceli da subito vivi e sim-patici; dal protagonista e voce narrante, il timido Attilio detto Attila, al neofascista, esplosivo Zazzi, alla prof di italiano ex sessantottina Cavalla, alla sorella Alice, al nonno anarchico, unico adulto lucido e positivo, fino alle opache figure dei genitori, esemplari ‘assenze’ di ogni adolescenza.La storia dell’amicizia tra Attila e Zazzi ha tutti gli scarti, le irruenze e le noie dell’adolescenza. Il magma emotivo di quegli anni, è reso dallo scrittore nella varietà del linguaggio, che passa da tono grotteschi e goliardici a momenti teneri, a quelli comici, alla disperazione. Ognuno dei personaggi è imprigionato nella ‘coazione a ripetere’ le stesse frasi e gli stessi modi d’intercalare, come fossero formule magiche, che evocano identità comunque sfuggenti. Per cui, per esempio, la Cavalla dice sempre, «Io rhagazzi al contrharhio di voi ho fatto il Sessantotto», e Attilio nei momenti di noia, «Cheppalle. Tipo che qui non succede mai niente. Per cambiare vado per i prati. Dalla mia quercia».

Il tutto sullo sfondo di un Paese immerso nella violenza. Raccontata da una ‘tele’ già dominante, che trasmette, insieme a Happy Days, Mike Bongiorno e L’Altra Domenica, la notizia dell’uccisione di Giorgiana Masi, il processo a Curcio, l’attentato a Montanelli: la violenza quotidiana degli anni di piombo, vista dallo sguardo surreale di un ragazzino, al quale gli scontri tra studenti e polizia fanno venire in mente una battaglia dell’Iliade.

L’immagine del Paese, anche questa poco meravigliosa, che ne esce, è quella antropologica del Leopardi, citata dal nonno: dove dice, nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani, che «il cinismo degl’Italiani è tale che supera di gran lunga quello di tutti gli altri popoli (..). Non rispettando gli altri, non si può essere rispettati. Gli stranieri e gli uomini di buona società non rispettano altrui se non per essere rispettati e risparmiati essi stessi, e lo conseguono. Ma in Italia non si conseguirebbe, perché dove tutti sono armati e combattono contro ciascuno, è necessario che ciascuno presto o tardi si risolva e impari d’armarsi e combattere, altrimenti è oppresso dagli altri…».

Culicchia ha scritto una storia del disincanto ma anche tenera, piena di emozioni, che ci attraversano, veloci come i dialoghi con cui sono raccontate. Tipo che diverte, ma fa anche pensare. E non è poco.
(Cristina Bolzani)

da Il paese delle meraviglie, Garzanti, Milano 2004
«Chiuso nella stanza che fino all’anno scorso dividevo con Alice trecce rosse occhi blu, ogni pomeriggio suono la batteria per ore. Cioè, mi avvento con un paio di matite contro un fustino di Dash rovesciato. Da quando la mia sorellina se n’è andata a Milano la casa è vuota. Come il paese che la circonda. Qui non succede mai niente. Attentati e cortei e scontri dappertutto, di questi tempi. Da noi invece chi non è in fabbrica è nei campi. Oppure si ubriaca al bar a forza di Campari e Fernet Branca. Esci per strada e trovi il deserto. L’unica vera botta di vita sono i funerali. Tipo che dagli armadi ripieni di naftalina saltano fuori i vestiti delle grandi occasioni. E dalla pettinatrice c’è addirittura la coda».

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Ivy Compton-Burnett

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